martedì 10 giugno 2008

Giungla di cemento armato… ed è neo-capolavoro (Gomorra)

Aprite gli occhi e guardate l’iper-neo-realismo di Matteo Garrone.
Ne resterete scioccati e straziati, ma ne sarà valsa la pena.
Film tratto dall’omonimo fenomeno letterario scritto da Roberto Saviano, Gomorra fotografa un’Italia che non sembra quella reale e, contemporaneamente, appare più vera di quello che possiamo immaginare.
Iper-realismo (“-vero più vero del vero-… sensazione di angoscia e dolore … trasportata nei minimi dettagli all’interno dell’opera ”).
Garrone ci piazza sotto il naso questa fotografia senza giudicare quello che ritrae, ma mettendoci di fronte al fatto compiuto che in ogni foto è fissato in modo indelebile.
Guardandola, siamo noi ad entrare nella storia che racconta, a studiarne i personaggi, a cercare di catalogarne alcuni come esseri umani anziché come bestiame feroce e impazzito, a dare emozione al ritratto impietoso.
Un’emozione ansiogena che toglie il respiro.
E’ Garrone che ci lascia in apnea e lo fa così: incollando la telecamera alla nuca dei protagonisti.
A loro sta col fiato sul collo, come fa la Camorra con le sue vittime che devono continuamente guardarsi le spalle, come farebbe un Vampiro che in quel punto sta per succhiare il sangue, tirare via la linfa vitale.
E a noi toglie ogni possibilità di respirare perché lo sguardo non può spaziare, non può rigenerarsi in una visione panoramica d’insieme.
No, siamo costretti a guardare, non possiamo distrarci: così vicini alla crudezza di una vita infame, non possiamo voltarci da un’altra parte e fare finta di niente.
Più che meritato il successo di libro e film, che ci hanno fatto conoscere la legge della giungla di cemento armato, e sanguinario, che ci teniamo in casa.
Più che consigliata (oltre che la lettura), la visione in sala di Gomorra: per spettatori coraggiosi, sicuri di volersi calare nel film.
A quelli che opteranno per il piccolo schermo, un monito: l'istinto di sfuggire alle immagini cambiando canale sarà quasi irresistibile...
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venerdì 18 aprile 2008

Un bellissimo piccolo grande film (JUNO)

Domandatevi che cosa cercate in un film per definirlo “bello” e in JUNO lo troverete.
Di cosa avete bisogno?
Forse di una trama semplice, ma anche avvincente? Che sia attuale eppure divertente, che possa indurvi alla riflessione senza spegnervi il sorriso, che possa farvi emozionare (e molto) senza essere banalmente strappalacrime?
Necessitate magari di bravi attori, di quelli totalmente in parte anche in pochissime inquadrature, e di un’attrice protagonista talmente spontanea che, appena ventenne, ha già superato la soglia della perfezione?
Vi serve per caso una sceneggiatura dai dialoghi brillanti e senza fronzoli, rapidi e fulminanti, senza giri di parole, intelligenti e sagaci senza essere cervellotici?
Cosa volete ancora? Una colonna sonora godibile, una regia puntuale (bravo Reitman di Tank you for smoking) , un montaggio preciso?
Se cercate tutte queste cose, e altro ancora, JUNO vi saprà soddisfare… e incantare.
Per tutta la durata del film, resterete in contemplazione di una sedicenne col viso d’angelo, lo sproloquio facile, la (giovane) determinazione di un caterpillar.
Una naturale simpatia/empatia verso la piccola Juno v’incollerà al grande schermo e vi chiederete, ad ogni cambio di scena: “Adesso cosa farà? Come reagirà? Che cosa dirà?”, facendovi letteralmente pendere dalle sue labbra.
La storia è presto detta: una ragazzina normale, dalla lingua sciolta e dal cervello sveglio, decide di (passatemi l’espressione desueta) fare l’amore col suo migliore amico e coetaneo compagno di scuola. Rimasta incinta, dopo un breve confronto col neo-padre (tenetelo d'occhio), decide in autonomia di recarsi al centro “Donne ora” (un nome, un programma) per interrompere la gravidanza. All’ultimissimo minuto, però, ci ripensa e cerca una soluzione alternativa.
L’“originalità” di questa scelta diversa e il carisma di Juno fanno da perno al dipanarsi degli eventi che si snodano, non senza comprensibili ansie e plausibili incidenti di percorso, lungo le 4 stagioni.
La sceneggiatura da Oscar (meritatissimo) di Diablo Cody fa scorrere con palpitante e rapida grazia i 9 mesi e il nostro cuore scorre con loro, vola leggero su un tema difficile, ma affrontato, attraverso la sua protagonista, con l’acume, il buon senso senza pregiudizi, e il coraggio istintivo della gioventù.
Un'indimenticabile lezione (sulla purezza di adolescenza, amore e amicizia, sulla vita e la naturale generosità del genere umano), data con sorprendente e ammirabile assenza d'intenti pedagogici o giudizi morali.
Tra le tante scene meritorie di menzione, segnalo almeno quella con i genitori appena messi a conoscenza sia del fattaccio che della soluzione trovata da Juno: lo scambio di battute, una volta rimasti soli, è da manuale della commedia brillante.
Proprio come il resto del film: tutto da vedere, ascoltare, meditare. BUONA VISIONE!
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domenica 16 marzo 2008

Luci e ombre da non perdere (Persepolis)

Concedetevi di buon grado la visione di Persepolis.
Un film di animazione, distante anni luce dai fantasmagorici colori di Disney o Dreamworks, che vi farà approdare nell'originalissimo, raffinato, intelligente, lucidissimo mondo in bianco e nero di Marjane Satrapi.
I vostri occhi potranno bearsi di uno stile grafico elegante e coinvolgente al tempo stesso.
La vostra mente intanto potrà aprirsi, con ironia e sentimento, su una fetta di Storia e su un Paese (l'Iran) che spesso consideriamo lontanissimi, come di un altro pianeta e che, invece, fanno proprio parte di questo pazzo pazzo mondo.
Attraverso lo sguardo acuto, ma anche smarrito, della protagonista avrete di un ventennio iraniano un riassunto essenziale, ricco di momenti brillanti e vivaci, esattamente come essenziale, brillante e vivace può essere il disegno di una tavola a fumetti in bianco e nero.
Interessante, divertente, emozionante e ben fatto: consigliatissimo.
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domenica 9 marzo 2008

Pioggia di Oscar rosso sangue (Non è un paese per vecchi)

E' proprio vero che "Non è un paese per vecchi" non è un film per tutti.
Chi non tollera i bizzarri virtuosismi dei fratelli Coen, un impressionante numero di cadaveri resi tali da una violenza fine a se stessa, e due ore di magnetica angoscia fatta ancor più inquietante dalla totale assenza di colonna sonora, deve necessariamente restarsene a casa.
Chi ha amato il bellissimo “Fargo” e aspettava da tempo che i Coen ne replicassero i fasti, deve invece essere avvisato che stavolta i fratelli terribili spingono ancora di più sull’acceleratore del cruento, del macabro, dell’agghiacciante.
E se in “Fargo” la pioggia di sangue cadeva durante un gelido inverno e, per questo, la caduta veniva attutita dalla neve, qui cade sull’arida polvere del Texas e si raggruma seccandosi al sole del deserto, come la saliva si secca nella nostra gola ad ogni comparire sulla scena di Javier Bardem, il più psicopatico tra tutti i killer dell’ultimo decennio.
Lo vediamo, inarrestabile e insensato (come spesso vediamo Sorella Morte), inseguire Josh Brolin, asciutto reduce che non resiste a una valigetta piena di soldi sporchi, e venire a sua volta inseguito, a distanza, da Tommy Lee Jones, lo sceriffo a un passo dalla pensione a cui tocca di bilanciare, con la sua pacata saggezza, il suo sguardo triste e disilluso e le sue parole non distanti dalla vera poesia, la tragicità di un contesto così totalmente privo di consolazione.
Da brava estimatrice dei fratelli Coen ho visto questo film nel suo primo giorno di programmazione, impiegando poi oltre due settimane per somatizzarlo e non so quindi dirvi se ha meritato tutti gli Oscar di cui ha fatto man bassa.
So però che in "Non è un paese per vecchi" c'è dello stile, quello unico e originale che può inchiodarvi alla poltrona del cinema (come immagino l'omonimo libro di McCarthy potrà inchiodarvi a quella di casa).
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martedì 26 febbraio 2008

Un biglietto di sola andata (Into the Wild)

Questo film è da vedere.
Non perché sia davvero un capolavoro, come qualcuno potrebbe dirvi.
E’ un bel film, ben diretto, ben interpretato, ben fotografato e ben musicato, ma potreste anche giudicarlo, il giorno dopo, un esercizio di stile (ben riuscito) faziosamente poetico.
Questo film è da vedere.
Non perché dobbiate per forza immedesimarvi col suo protagonista, realmente esistito: un giovane e affascinante anti-eroe idealista come credevamo non ce ne potessero più essere nella nostra epoca (specialmente negli anni ’90, in piena filosofia yuppies).
Potreste anche giudicarlo, il giorno dopo, un intellettuale egoista e testardo che cerca le risposte alle sue domande in un luogo sperduto, quando avrebbe potuto trovarle ovunque e senza causare sofferenza a se stesso e a chi lo amava.
Questo film è da vedere.
Non perché il tema “on the road” sia appassionante per la sua originalità: il viaggio di ricerca e formazione è un archetipo antico, concettualizzato da secoli. E potreste anche giudicare superfluo, il giorno dopo, lasciarvi affascinare da qualcosa che abbiamo già nel sangue, che fa parte della nostra vita, oltre che della nostra cultura, perché lo sapevate già che viaggiare alla scoperta del mondo equivale a scoprire noi stessi.
No. Questo film è da vedere, anche se ripensandoci non tutto vi sarà piaciuto, perché lì, in sala, in quel momento, non mancherà di darvi delle emozioni.
Da subito, dalle prime scene, dalle prime parole che leggerete sovrapposte alle immagini, dalla prima inquadratura che si alza sul paesaggio, dalle prime note della colonna sonora.
Vi regalerà un attimo fuggente, un sogno di Libertà che almeno una volta nella vita abbiamo fatto e poi si è perso dopo un brusco risveglio, un ricordo di quello che abbiamo dentro e a cui non sappiamo dar voce.
Vi regalerà l’America, non quella riduttiva di “Sex & the city”, ma quella sconfinata e vasta come la nostra anima, quella da Far West, da profondo Sud, da pionieri, da ultima frontiera. Un promemoria su quanto questo Pianeta non sia affatto troppo piccolo e nemmeno sovraffollato.
Vi regalerà una strada dove incontrare, insieme, Madre Natura e la Natura Umana, lungo la quale capire che “La Felicità è reale solo se condivisa”, dove non conta la meta: l’importante è aver viaggiato.
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lunedì 28 gennaio 2008

I due lati della medaglia (Io sono Leggenda)

Come in quasi tutte le cose della vita (fatti, persone, scelte) coesistono aspetti positivi e aspetti negativi, così pure in questo film troverete qualcosa che vi piacerà moltissimo e qualcosa che potrebbe non piacervi affatto.
Se siete appassionati di fantascienza, troverete nella trama un tema classico (e sempreverde) del genere: l’esperimento scientifico fallimentare che crea una pandemia tale da mettere a rischio l’intera umanità.
Se siete amanti della suspense, avrete di che saltare sulla poltrona ad ogni comparire degli arrabbiatissimi contagiati dal virus, molto ben resi dalla computer-grafica.
Se siete ammiratori di Will Smith, potrete bearvi della sua interpretazione (come sempre impeccabile) dello scienziato buono e immune, che sopravvive da solo per 3 anni nell’indomita ricerca di una cura e, anche in piena crisi di sfiducia nel futuro, capace di un sacrificio estremo per la salvezza del pianeta.
Se non rientrate in nessuno dei 3 casi precedenti, ma comunque vi piacciono i bei film, non potrete non apprezzare i primi ¾ di IO SONO LEGGENDA, dove un ‘innaturale NY desolata, un eroe solitario intenso e coinvolgente, delle palpitanti scene di caccia (non solo agli animali) e l’avanzare del tramonto e del terrore la fanno da padroni in modo più che mirabile.
Poi arriva l’altro lato della medaglia. Improvvisamente, tutto precipita con una fretta paranoica verso il finale, risolto in modo semplicistico e grossolano.
Tanto curata era la prima parte del film e tanto appare tirata via l’ultima da far perdere forza a tutta la pellicola. Da far perdere forza anche a quello che altrimenti sarebbe stato un importante messaggio di speranza.
Ed è un vero peccato non avergli dato il giusto spazio, facendoci malignamente sospettare che davvero ci siano poche… speranze di trovare, in queste mega-produzioni hollywoodiane, un minimo equilibrio tra il piacere degli occhi e il piacere dell’anima.
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martedì 8 gennaio 2008

Tra due mali… (Bee Movie)

Tra due mali bisogna scegliere il minore, o, anche, prima di agire nonostante le migliori intenzioni dobbiamo pensare a tutte le possibili conseguenze. Forse è una di queste due la morale nascosta in questa pellicola: dico “forse” perché, se una morale c’è, non è del tutto chiara. Ma andiamo con ordine.
Visivamente è un film gradevolissimo, in particolare nella fantasiosa ricostruzione dell’alveare, e c’è molto da gustare anche guardando i colori vivaci, le scene di volo e il musetto simpatico del protagonista e della sua specie. Tutte cose che non mancheranno di colpire in positivo i nostri bimbi. A noi adulti piaceranno anche alcune soluzioni di sceneggiatura o certi dialoghi brillanti e, infine, alcune parodie sulle catene di montaggio, i Top Gun, gli avvocati americani, la mania di far causa per qualsiasi motivo e l’aula di giustizia statunitense dove un-giudice-donna-di-colore non può mai mancare. Ma è proprio la parodia della causa intentata dall’ape Berry il lato debole della storia: per i più piccoli è praticamente incomprensibile e per noi grandicelli resterà forse un po’ ostica. Infatti, oltre ad essere lunga e inverosimile fino all’eccesso, ha una soluzione che lascia perplessi: il vincitore rischia di distruggere la vita dell’intero pianeta. Di qui le possibili morali? Mah… io rinvio il giudizio e lascio a voi la sentenza finale.
Certo, pensando alle sceneggiature di cartoni come (solo per fare qualche esempio) Monsters & co., o il primo Shrek, o Gli Incredibili, dove tutto fila preciso come un orologio svizzero, hanno fatto bene a mettere le mani avanti intitolandolo B movie…
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